L’impresa in moto dell’ingegner Castelli

Ventiquattro giorni in sella, undici Paesi e 18.000 chilometri percorsi nel cuore dell’Asia Centrale. E’ la straordinaria avventura compiuta da Stefano Castelli, 63 anni, ingegnere dell’Ordine di Como residente a Turate, riuscito a domare in solitaria la temibile «Pamir Highway» a bordo della sua «Ktm 1290 Superadventure R».

L’impresa in moto dell’ingegner Castelli

Partito da Turate con 80 chilogrammi di bagaglio tra attrezzi, tenda, sacco a pelo e una tanica di riserva da otto litri di benzina sempre piena, il centauro ha macinato tappe forzate da 1.000 km al giorno attraversando Turchia, Georgia e la Cecenia, dove ha dovuto reperire carburante al mercato nero. «Lo scopo del viaggio era percorrere per intero la Pamir Highway, 1500 chilometri di piste sterrate tra le montagne dell’Asia Centrale, altopiani desertici, vette oltre i 7000 metri e valichi fino a 4700 metri» racconta. «La Pamir Highway è considerata una delle strade più alte, remote e potenzialmente pericolose del mondo a causa delle condizioni del fondo stradale sterrato, con pietraie ed enormi buche, strapiombi non protetti sul fiume Panj che divide il Tagikistan dall’Afghanistan, altitudine spesso oltre i 4000 metri, fino a 4700 del passo Ak-Bajtal, e frane che possono staccarsi da un momento all’altro lasciando isolati per giorni i viaggiatori. Spesso, lungo questa pista, non si incontra anima viva per giorni interi».

I problemi alla dogana

Dopo sei ore di blocco alla dogana russa con sequestro del telefono, il Gps oscurato che ha fatto allertare la diplomazia dalla famiglia e quattro giorni a 40 gradi nel deserto del Kazakistan, Castelli è giunto nella valle del Wakhan, al confine afghano: «Qui non esistono regole, non esiste precedenza, si passa dove si può. Sulle salite i camion non si fermano perché rischiano di non ripartire: sei tu che ti devi adattare. Se sei fortunato passi tra camion e parete, se non sei fortunato ti tocca passare tra camion e strapiombo, con il terreno spesso instabile sotto le ruote. C’è da farsela sotto».

Attimi di terrore

Non sono mancati attimi di terrore, come quando si è ritrovato testimone di elicotteri militari e di spari notturni sulla sponda afghana, per non dimenticare poi le insidie dei 4.700 metri del passo Ak-Bajtal: «Il pensiero che più mi ha assillato è stato non cadere: a questa quota infatti non sarei più riuscito a rialzare la moto. Il respiro era sempre affannato, ma l’ambiente è d’una bellezza indescrivibile». Superato il Kirghizistan tra pascoli e yurte, Castelli ha infine intrapreso gli 8.000 chilometri della strada del ritorno.