Dalle biciclette abbandonate a nuove risorse: il recupero dei metalli secondo General Rottami

Quante ne vediamo, di biciclette lasciate a se stesse. Incatenate a un palo davanti alla stazione da mesi, arrugginite in un cortile, appoggiate al muro di una cantina sotto la polvere. Sembrano solo ferraglia. Eppure, dentro quel telaio malandato resta un valore reale, ed è proprio da qui che comincia il lavoro di chi, come General Rottami, ha fatto del recupero dei metalli il proprio mestiere.

Il viaggio non finito di una vecchia bicicletta

Fermiamoci un attimo a pensare a cos’è, dal punto di vista dei materiali, una bici? Un telaio in acciaio o alluminio, una catena, raggi, mozzi, qualche componente in rame o in leghe più ricercate. Metalli, insomma. E i metalli non “scadono”: possono ossidarsi, coprirsi di ruggine, perdere lucentezza, ma la loro sostanza rimane. Pronta a tornare utile.

Ed è un paradosso, di fatto: la bicicletta nasce come simbolo di mobilità pulita, e poi rischia di finire tra i rifiuti. Le città lo hanno capito, e negli ultimi anni molte amministrazioni italiane ed europee hanno iniziato a rimuovere in modo sistematico le due ruote abbandonate dagli spazi pubblici. 

All’inizio sembra una questione di decoro urbano. Ma c’è dell’altro: che fine fanno tutti quei metalli? Il riciclo delle biciclette è un’occasione preziosa, come abbiamo visto, e General Rottami interviene esattamente su questo passaggio, raccogliendo ciò che sembra scarto e riportandolo dentro un ciclo produttivo.

Cosa si nasconde davvero in un rottame metallico

La parola rottame non deve trarre in inganno. Dovremmo immaginare il rottame metallico come una specie di scrigno, e la bici è solo l’esempio più poetico: lo stesso discorso vale per elettrodomestici, componenti industriali, scarti di lavorazione.

Dentro ci sono due grandi famiglie. I metalli ferrosi, cioè ferro e acciaio, i più diffusi, e i non ferrosi: alluminio, rame, ottone e altri. Questi ultimi sono spesso i più preziosi. Prendiamo subito come esempio il rame: estrarlo dalle miniere costa tanto in denaro ed energia; riaverlo da un vecchio cavo pesa molto meno sull’ambiente.

Ed ecco il concetto che tiene insieme tutto, chiamato con il suo nome tecnico: materie prime seconde. Un metallo recuperato e trattato a dovere torna a essere materia prima vera, con l’unica differenza di non arrivare da una cava ma da un oggetto che ha già avuto una vita. “Seconda” non vuol dire inferiore, vuol dire seconda occasione. È la premessa su cui General Rottami costruisce ogni giorno il proprio lavoro sui rottami metallici.

Dalla raccolta alla nuova risorsa: come General Rottami valorizza un metallo

Come si arriva, allora, da un telaio arrugginito a un metallo pronto a rientrare in fabbrica? Serve un percorso, e ogni fase ha il suo perché.

Prima di tornare utile, il metallo deve essere riconosciuto, separato e preparato. Ogni carico viene lavorato in base alla composizione: le parti ingombranti vengono ridotte, i materiali vengono distinti tra loro e le componenti recuperabili vengono avviate al trattamento più adatto. Quindi, si avvia una serie di controlli che serve a ottenere una materia ordinata e pronta per nuovi utilizzi.

Qui General Rottami mette a frutto la propria esperienza nel recupero metalli a Montichiari e nel territorio di Brescia. Il materiale pronto dei loro impianti è pulito, ben classificato per ciò che l’industria richiede. Conta anche un aspetto che dall’esterno resta invisibile, la tracciabilità: sapere da dove arriva ogni carico e dove andrà a finire tiene l’intera filiera trasparente e conforme alle norme. Finito il viaggio, il metallo è pronto a ripartire come risorsa.

Perché il recupero dei metalli fa bene a tutti

Allarghiamo lo sguardo. Perché questa storia ci riguarda, anche se in un impianto di recupero non ci siamo mai stati?

Perché ogni chilo di metallo che rientra in circolo è un chilo che non serve strappare al sottosuolo. Per un continente come l’Europa, dipendente dall’estero per molte risorse, è una questione che riguarda l’ambiente e l’autonomia industriale.

È la filosofia alla base dell’economia circolare, espressione ormai comune ma che a volte resta astratta. La bicicletta abbandonata la rende concreta come poche immagini. Un oggetto finisce la sua corsa, sembra destinato alla discarica, e invece i materiali di cui è fatto ripartono verso un nuovo impiego. Il cerchio si chiude, e riparte. È il senso stesso del lavoro di General Rottami: riconoscere una possibilità dove sembra non essercene più.

C’è qualcosa di quasi consolante, a pensarci. Le cose che usiamo non svaniscono quando smettiamo di usarle: si trasformano, cambiano forma, tornano. Quella vecchia bici legata alla ringhiera ha smesso di portarci in giro, va bene. Ma l’acciaio del suo telaio può presto diventare altro, e rimettersi in moto.